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Studiare i giovani per fermare il declino biologico: la ricerca sull’algoritmo della vecchiaia

oldifyLa dieta, l’esercizio fisico, lo smog, perfino il quartiere dove abitiamo influiscono sull’usura delle nostre cellule e sul corredo genetico. Ci sono persone però che pur avendo la stessa età anagrafica e a parità di condizioni sociali, invecchiano o meno precocemente o in modo più accelerato. Una ricerca condotta dal geriatra Daniel Belsky,  della Duke University School del North Carolina con un team di studiosi internazionali e appena pubblicata sulla rivista scientifica PNAS, ha evidenziato come i sintomi della vecchiaia appaiano molto prima del tempo e che individuarli e correggerli con anticipo potrebbe aiutarci a migliorare le condizioni di salute di chi ha più di 60 anni.

Lo studio neozelandese

In 1037 volontari nati a Dunedin in Nuova Zelanda nel 1972-3 sono stati monitorati negli anni 18 diversi parametri (pressione sanguigna, colesterolo, trigliceridi, salute dentale, funzionalità epatica e renale, indice di massa corporea, lunghezza dei telomeri dei leucociti ecc.). A intervalli di tempo  a 26, 32 e 38 anni, analizzando i diversi valori dei biomarcatori, si è scoperto che nella maggior parte del campione c’era una simmetria tra età anagrafica e biologica mentre altri soggetti dimostravano un’età inferiore e altri ancora erano invecchiati tre volte più rapidamente del normale. Si legge nel paper: “Alcuni soggetti del campione a 38 anni ne dimostravano 30 altri 60 anni. Nelle persone che avevano subito un invecchiamento più rapido e precoce si è riscontrato un evidente declino cognitivo e fisico e davano prova evidente di dimostrare al primo sguardo più della loro età”. L’obiettivo del professore  Daniel Belsky e della sua equipe è dunque quella di tracciare una sorta di “traiettoria e mappatura dell’invecchiamento” nei giovani per individuare l’algoritmo che segna l’inizio del declino e sulla base di questo progettare terapie in grado di rallentare le malattie legate all’età prima che si verifichino.

Le persone di età superiore agli 80 anni entro il 2050 saranno più di 400 milioni, un numero enorme: è come se Stati Uniti e Messico fossero una colonia di nonnini. E più del debito pubblico il vero rischio per la società di domani sarà quello di non saper gestire il carico globale di un’intera popolazione non più produttiva e autosufficiente e affetta da malattie croniche e invalidità.