Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Dottori a congresso, pazienti salvi: i paradossi statistici delle cure specialistiche

Nuove ricerche evidenziano come la sospensione parziale dei trattamenti medici o l’assenza di professionisti di fama negli ospedali possano giovare (statisticamente) alla salute

Meno pillole più salute

Improbabile ma vero. Siamo talmente abituati a ricevere una risposta medica per ogni acciacco, soprattutto con l’avanzare dell’età, che abbiamo dimenticato se sia invece possibile pensare a un’alternativa. Uno studio citato dal New York Times- nell’articolo Are good doctors bad for your health? – e condotto in Israele ha evidenziato che la sospensione di alcuni farmaci, in alcuni casi, non conduca alla morte o al peggioramento della situazione bensì a un leggero miglioramento. L’esperimento condotto su pazienti anziani, con diverse malattie croniche, ha previsto la sospensione di cinque farmaci su sette.  Nel gruppo preso in esame solo il 2%, ha subito dei peggioramenti ed è stato costretto a proseguire la cura, sugli altri la mancanza delle pillole non ha avuto alcun effetto collaterale bensì positivo.

Meno medici in corsia meno decessi 

Il risultato dell’altro paper scientifico è ancora più incredibile e certifica che l’assenza di medici specialistici in corsia, abbia un effetto positivo sui malati. Lo studio pubblicato sulla rivista Jama “Mortality and Treatment Patterns Among Patients Hospitalized With Acute Cardiovascular Conditions During Dates of National Cardiology Meetings” ha monitorato per dieci anni la salute dei pazienti ricoverati nelle strutture americane a seguito di infarti o per gravi patologie al cuore mentre i migliori professionisti partecipavano ai meeting di cardiologia.

La mortalità dei pazienti curati dai sostituti meno esperti in quel periodo è calata di un terzo rispetto a quelli con le stesse patologie trattate dai cardiologi di fama. Inoltre si è riscontrato che sui pazienti ad alto rischio, ricoverati nelle cliniche universitarie nei centri di eccellenza durante i congressi, erano stati fatti meno interventi di angioplastica, senza che questo abbia influito negativamente sulla mortalità. Le cause, secondo i quattro professori americani autori della ricerca, è da attribuire alla differenza di approccio tra i professionisti di lungo corso e neofiti: mentre i primi sono dediti alla ricerca scientifica e più propensi all’intervento chirurgico i secondo sembrano più abili clinicamente.  Unico

La convalida se si vuole di questo paradosso viene da altre ricerche condotte negli ultimi anni in diversi Paesi dove i dati hanno dimostrato che quando i medici scioperano i malati si astengono dal morire, o per meglio dire la mortalità negli ospedali diminuisce. Anche qui le cause sono diverse. Una è statistica: in quei giorni si effettuano meno interventi poiché quelli non urgenti vengono posticipati e garantiti quelli emergenza. L’altra riguarda il personale medico o paramedico coinvolto in un’azienda ospedaliera che, anche se ridotto ai minimi, è in grado di scongiurare la morte di un paziente.

Meno antibiotici, meno infezioni resistenti

La settimana scorsa in concomitanza dell’ottava giornata europea per l’uso consapevole degli antibiotici e della campagna dell’Oms “Antibiotici: maneggiare con cura” l’European Center for Diseases Control ha pubblicato il rapporto annuale che ha certificato un consumo ancora troppo alto di questi farmaci in tutti i Paesi dell’Unione e di conseguenza un aumento del fenomeno della resistenza in atto. Solo nel 2014 sono morte in Europa 25mila persone per infezioni resistenti.

Quest’anno il focus degli esperti è stato sugli enterobatteri carbapenemasi resistenti, una famiglia particolarmente pericolosa perché lascia pochissime opzioni per la terapia. L’Italia, insieme alla Grecia e alla Romania, è il Paese in larga parte responsabile per questo aumento della resistenza ai carbapenemi che riguarda soprattutto i ceppi di Klebsiella pneumoniae.
I dati raccolti dal centro europeo testimoniano un eccesso di cure sia in casa sia nelle strutture sanitarie. Nell’UE di consumo degli antibiotici fuori dagli ospedali per il 2014 è 21,6 dosi al giorno ogni mille abitanti, e varia dalle 10,6 dell’Olanda alle 34,6 della Grecia. L’Italia, con 27,8 dosi, è al quinto posto, dietro a Francia, Romania e Belgio. Per quanto riguarda il consumo di antibiotici negli ospedali la media europea è sostanzialmente stabile a 2 dosi al giorno ogni mille abitanti. Anche in questo caso i più virtuosi sono gli olandesi, con una dose al giorno, mentre i peggiori sono i finlandesi con 2,6, mentre l’Italia resta sopra la media europea con 2,2 e in generale, a parte l’eccezione finlandese, il sud Europa prevale nel consumo. “La popolazione del sud Europa vuole evitare l’incertezza e fare subito qualcosa, questo è un fattore culturale che incide sul consumo – ha spiegato Dominique Monnet dell’Ecdc – ma accanto a questo c’è un problema di controllo e di consapevolezza del problema”. Il 40% degli europei infatti è ancora convinto che gli antibiotici servano per curare raffreddore e influenza: ignorare questa assurdità ha però delle conseguenze preoccupanti.